DirittoEconomia

sabato 17 dicembre 2011

Dal quotiadiano EUROPA
Articolo di Luigi Berlinguer: Un paese che studia poco


La recente indagine Istat non va superficialmente archiviata.
Sono d’accordo con coloro che definiscono quei numeri” una lezione per la politica” perchè rivelano moti e patologie profonde della nostra società.
Quel rapporto è un grido d’allarme sullo spreco di risorse e una sfida sociale. Tra gli aspetti, quello che personalmente mi preoccupa di più riguarda la “questione sociale” dell’istruzione che va insieme alla “questione economica”.
Liberiamo il campo dalla passione per l’ozio, ribadendo che la cultura è un bene in sé, che non si studia per produrre ma per sapere e, infine, che una società senza cultura non ha civiltà. La cultura realizza la persona, attraverso lo studio dell’interessato. Si, l’intero campo di scienze e cultura sono prima di tutto no profit.
Tale architrave, però, non è scalfito se si aggiunge la certezza che, se in un paese si studia di più, crescono redditi e Pil. Non significa infatti che lo studio debba essere schiacciato sul Pil. Ma, allo stesso tempo, non si può non essere profondamente soddisfatti se l’aumento delle risorse per lo studio e ricerca aumenta la ricchezza complessiva dell’Italia. Dispiace, semmai, che una classe dirigente di governo non abbia capito tale ovvietà e che ci siano ancora coloro che sono convinti che con la cultura “ non si mangia”. Costoro ignorano che una fetta consistente del nostro Pil proviene dalle imprese e dalle attività culturali. Tullio de Mauro ha di recente ricordato che “il paese cresce se studiano tutti”. Eric A. Hanushek, economista dell’università di Stenford, sostiene che “ dove l’istruzione è di qualità migliora il Pil corre di più”. Alcune leader illuminati lo hanno ben compreso. Il presidente Obama sostiene che nei prossimi 10 anni “ quasi la metà dei nuovi posti di lavoro” richiederà un livello di istruzione più elevato della licenza della scuola secondaria superiore, e ha aggiunto che “ non esiste politica economica migliore di quella che produce più laureati con le competenze necessarie per avere successo”.
E in Italia aggiungo qualche dato: l’Italia è al quartultimo posto in Europa per numero di laureati (32,2 % la media europea rispetto al 19,8 % in Italia). Nel nostro paese, dal 2005 al 2008 si sono ridotti i diplomati negli istituti tecnici ( da 181,099 a 163.918). si registra, inoltre, un “calo potenziale” dell’aspirazione a proseguire nell’educazione post secondaria e si registra un calo effettivo dell’immatricolazioni universitarie. Il profilo economico è intimamente connesso al profilo sociale. Solo la metà di coloro che finiscono nel fenomeno definito degli Esl- Early school leader cioè gli abbandoni scolastici- trovano un lavoro. Tra coloro che abbandonano il 44% sono figli di genitori che hanno solo la licenza elementare e il 25 % solo la licenza media. E da qualche giorno abbiamo riscoperto i Neet (Not in Education, Employment or Training), ovvero quel grande numero di giovani che non studia, non lavora, non si aggiorna. In Italia questo esercizio è il doppio della media Europea. Due terzi di questi giovani provengono da famiglie in condizioni “disagiate”.
Da ultimo, aggiungo un dato che mi ha molto colpito (reso noto dal Ocs): le persone più istruite vivono di più, sono più attive nelle proprie comunità e partecipano di più alla politica, commettono meno crimini. In questa particolare classifica dell’ Ocse ai primi posti ci sono i soliti noti: Finlandia, Corea, Canada, Giappone. E agli ultimi Italia, Spagna, Cile, Portogallo, Turchia, Messico.
Da qui deve ripartire la nostra riflessione l’istruzione così organizzata conserva discriminazione sociali profondamente ingiuste (e anti-produttive). Coloro che abbandonano, coloro che non lavorano, coloro che non si aggiornano testimoniano il rischio di fallimento dell’istituzione scolastica, il rischio di un fallimento sociale e un fallimento individuale. Non si può dunque abbassare la guardia sulla “ questione sociale” dell’istruzione.
C’e un punto però che viene ancora messo poco in rilievo accanto alla richiesta di maggiori investimenti e di maggiori risorse: è quello che riguarda la qualità della natura del modello educativo. Anche qui, per tornare all’ovvio, non c’entra nulla la sottovalutazione delle eccellenze e del merito. Un paese che non coltiva e non sostiene i suoi talenti è un paese che sbrana i proprio figli e il proprio futuro. Credo che non si faccia mai abbastanza per le eccellenze. Ma una politica dell’eccellenza che significa solamente selezione ed espulsione (verso la sottooccupazione) di chi non ce la fa è una bestemmia. Oggi è impensabile contrapporre qualità e quantità. Le statistiche ci dicono che i paesi emergenti ottengono insieme più inclusione e più qualità. E’ per questo che occorre stimolare le diversità. Come sostiene Alain Touraine: libertà, uguaglianza e diversità. L’istruzione modellata sul soggetto, fondata sull’apprendimento, è assente dal dibattito politico italiano. Occorre stimolare di più i giovani, con un’istruzione capace di valorizzare le diversità trasformandole in ricchezza, capace di sollecitare le vocazione e le attitudini di ciascuno.  Una scuola senza gerarchie interne tra cultura nobile e quella dei poveracci. Ciò fornisce capacità di ragionamento e, insieme, capacità di scoperta, gioia di creare. Logos, scienza, arte. Accanto alle indispensabili risorse proviamo a discutere anche di quale modello di scuola? Sarebbe il modo migliore di rispondere a numeri da brivido.

giovedì 15 dicembre 2011

Meno cacciabombardieri più scuole

Prendo questo articolo di Serena Fagnocchi. Dice molte cose giuste...dice di tagliare le spese militari e investire sulla cultura e sul futuro dei nostri giovani...mi piace!
Serena Fagnocchi, 27 giugno 2011
La nostra idea di Scuola: pubblica, di qualità, aperta a tutti
La riforma della Gelmini non segue da un’idea nuova di scuola, è semplicemente meno-scuola. Meno soldi, con 8 miliardi di euro in meno in tre anni; meno insegnanti, 120mila in tre anni, il più grande licenziamento di massa della storia del nostro paese; meno scuole, con accorpamenti e soppressioni che mettono a rischio le piccole comunità (come quelle di montagna) che vivono attorno alla loro scuola; meno qualità, perchè saltano compresenze e progetti educativi come il tempo pieno, il tempo prolungato, e insegnamenti come l’inglese, l’informatica e le scienze vengono resi di fatto impossibili. In compenso classi più affollate a discapito dell’apprendimento, più bambini disabili lasciati senza sostegno,  il tutto accompagnato da una retorica antistorica fatta di grembiulini, voti in condotta, maestri unici e bocciature.
Capitolo a parte meritano le scuole dell’infanzia, delle quali il governo si disinteressa totalmente e di fatto viene negato a migliaia di bambini il diritto a questo percorso educativo; e le scuole secondarie superiori, con una riforma degli indirizzi che mira a separare i percorsi di studenti di serie A (nei licei) e quelli di serie B (nei tecnici), e di farlo sempre prima. Il nostro è l’unico paese dove viene abbassato l’obbligo scolastico.  E questo a fronte di uno dei tassi di abbandono scolastico più alti d’Europa. Triste primato.
In questo senso la riforma della Gelmini si inserisce perfettamente nel disegno perseguito dal  governo di smantellare sistematicamente tutti i luoghi di formazione della cultura e della formazione della persona (dalla stampa all’università). La scuola pubblica sta in cima a questa lista. Solo i più ricchi potranno accedere a scuole di qualità, in contrapposizione al principio sancito anche dalla nostra Costituzione che vuole la scuola come strumento di ascesa sociale, e lo Stato che si impegna a rimuovere ostacoli affinchè ogni bambino possa godere delle stesse opportunità.
La scuola che noi vogliamo è pubblica, di qualità, aperta e accogliente, e accessibile a tutti. Che non distingua in studenti di serie A e di serie B, figli di ricchi e figli di poveri.  Noi crediamo nel valore sociale della scuola, come perno delle comunità, come luogo di apprendimento di competenze, ma anche di crescita e coesione sociale, e formazione umana. Il luogo dove si forma il cittadino e la comunità di domani.
Una scuola che promuova strumenti educativi moderni, e che al contempo accompagni ogni ragazzo seguendo le sue inclinazioni e le sue qualità, dove il ragazzo problematico sia maggiormente seguito e non lasciato indietro o bocciato. Il nostro è l’unico paeso in cui si vanta la crescita dei bocciati come prova di qualità, quando tutti sanno che ogni bocciatura è un fallimento del sistema scolastico, e le scuole scandinave universalmente riconosciute come le migliori, hanno un tasso di bocciatura prossimo allo zero.
La scuola deve garantire una adeguata copertura oraria in modo da permettere ai genitori di lavorare, ma è assolutamente cruciale che non si snaturi trasformandosi in mero “deposito”. Dobbiamo pretendere che quelle ore spese a scuola siano ore inserite in percorsi educativo-formativi di qualità e moderni, affinchè la scuola rimanga luogo di apprendimento e formazione. In un mondo sempre più vasto e competitivo, noi pensiamo ad una scuola che dia ai nostri ragazzi gli strumenti necessari  per cogliere le opportunità che questo mondo offrirà loro, che sono molto maggiori che in passato. Inglese, lingue, infomatica, scienze, italiano, ma anche relazioni personali e lavoro di gruppo.
Pensiamo ad una scuola inclusiva, con aperture adeguate tutto l’anno, dove accanto alle conoscenze si impari anche la condivisione e l’appartenenza alla propria comunità.
Una scuola in cui gli insegnanti siano valorizzati in quanto riconosciamo loro l’importanza del loro ruolo, e non mortificati da contratti evanescenti e stipendi miseri.

Tutto questo non pò essere fatto senza investimenti. Occorre razionalizzare ove vi fossero sprechi, ma bisogna puntare sull’istruzione con finanziamenti consistenti, esattamente come hanno fatto e stanno facendo tutti gli altri paesi, svilippati e in via di sviluppo. Nonostante la crisi abbia colpito anche loro, e abbiano compiuto dolorosi tagli ai loro sistemi  statali, nessuno ha sottartto fondi alle scuole che invece sono state protette e sostenute. Questo perchè hanno capito da tempo che la scuola è il migliore investimento contro la crisi, e il migliore antidoto alle crisi future. Un’economia basata su sapere e conoscenza è più protetta in quanto non deve competere sul costo del lavoro con i Paesi in via di sviluppo.
Trovare le risorse dipende solo da volontà politica. E’ stata una precisa scelta politica di questo governo che ha abolito l’ICI anche per i redditi alti (2.5 Miliardi), ha approvato il discutibile salvataggio dell’Alitalia (3.5 Miliardi) e il recente acquisto da parte del ministero della Difesa di  centotrentuno caccia-bombardieri F-35 (13 Miliardi).
Il PD propone di aumentare la tassazione sulle rendite da capitale allineandola alle quote degli altri paesi europei (dal 12% al 20%) e di aumentare la tassazione sui capitali rientrati con lo scudo fiscale, insieme con la reintroduzione delle misure contro l’evasione fiscale attuate dal Governo Prodi e soppresse dall’attuale.A volerli trovare, i fondi potrebbero essere reperiti.

E una riforma profonda e vera, non calata dall’alto, ma condivisa tra i protagonisti (insegnanti, famiglie, studenti) non è solo auspicabile, ma urgente


Scritto da: Prof. Daniele Morelli
LICEO GINNASIO STATALE “DANTE ALIGHIERI”
ISTITUTO MAGISTRALE “MARGHERITA DI SAVOIA”
2010 - 2011

A SCUOLA DI POLITICA

“Finalmente ci capisco qualcosa…”

“Non è possibile che riescano a comandare bene, quelli che prima non hanno servito bene”

                                                                                                          Plutarco – Consigli ai politici.
Il corso intende presentare in modo semplice il mondo della politica percepito molto distante e  complicato, a volte persino minaccioso,  tanto da allontanare spesso gli studenti, nonché gli stessi genitori e docenti.
Anche gli educatori hanno responsabilità  per questa disaffezione verso la Cosa Pubblica.
Si teme di influenzare, di equivocare, di indurre a scelte che poi si riveleranno foriere di dispiaceri…ma così facendo ci si nasconde solamente  e non si fa altro che assumere la peggiore delle politiche: lasciar fare agli altri o al caso….
La scuola invece può giocare un ruolo di chiarificazione, di illustrazione, di avvio alla comprensione della politica e dei soggetti  che operano nella polis per far sì che ogni studente possa maturare una propria opinione critica e possa operare quelle scelte che l’essere in società rende inevitabili.
Il Corso si articolerà in Incontri-Lezioni –Discussioni con persone che hanno fatto della politica una parte rilevante della loro vita.
Si sta prendendo contatto con i relatori che pertanto potrebbero cambiare e così anche gli argomenti trattati


1        -  Perché mi sono impegnata in politica nel Partito Democratico
Serena Fagnocchi (responsabile scuola)
   
 2 – Perchè mi sono impegnato in politica nella  Lega Nord
consigliere comunale Lega Nord Ravenna

3 – Cosa significa essere Assessore Alla Cultura
Ouidad Bakkali

4 - Il popolo della libertà. Reggerà senza Berlusconi?
                  Ancarani  (P.D.L.)

5 – Il Concilio Vaticano II
Chiesa e politica -  Otello Galassi

6  – I sistemi elettorali e la democrazia Prof. Andrea Morrone UniBo Giurispr.Ravenna

7  Una Ecodem in Provicnia
Architetto  Mara Roncuzzi


8  I servizi ... senza soldi.... come?
– Giovanna Piaia     

9  A 22 anni assessore alla Polizia...
Martina “Bubi”

10Movimento 5 stelle o Beppe Grillo?
Vandini

11 – Una giovane donna in Consiglio Comunale a Ravenna
Valentina Morigi

12Presiedere il Consiglio Provinciale
Rossi Gabriele

16. 12. 2011                         ore 14.30 – 16.30



13 . 01 . 2012                                             

20 . 01 . 2012.                        ore 14.30 – 16,30



27 . 01 . 2012                                  “”   



  3.02.2012


10 .02.2012



17. 02. 2012                                 “”     “”
  
                                  
 24.02. 12                                        “”      “”    


02 .03.12                                    “”   “”
                                      


09.03.2012                                  “”   “”


16 .03.12                                     “”   “”



23 .03.12                                      “”    “”
 Ravenna, 13 dicembre 2011  
  Prof. Daniele Morelli


                                                          

lunedì 28 novembre 2011


I partiti dal punto di vista normativo

I partiti sono previsti dall’art. 49 della Costituzione che recita:
“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.
C’è quindi ampia libertà di associazione, l’unico limite è il non uso della violenza…occorre usare metodi democratici…quindi per esempio manifestazioni, scioperi, petizioni, proposte di legge di iniziativa popolare…lavoro in Parlamento.
Occorre ricordare anche la XII disposizione transitoria della Costituzione che recita:
“E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista.”
In base a questa disposizione nel corso di questi 60 anni di democrazia sono stati sciolti vari movimenti estremisti neofascisti.
Ricordiamo che anche gli art. 17 della Cost. (che prevede la libertà di riunione) e l’art. 18 della Cost. (che prevede la libertà di associazione) sono un presupposto della esistenza dei partiti.
Da un punto di vista giuridico un partito è una associazione privata e pertanto regolata come tutte le altre associazioni dall’art. 36 del Cod. Civ.  che afferma:
“L’ordinamento interno e l’ammistrazione delle associazioni non riconosciute come persone giuridiche sono regolati dagli accordi degli associati”.
Associazione non riconosciuta non significa illecita o illegale…tutt’ altro, significa che lo Stato non deve riconoscerla…che essa esiste comunque a prescindere da qualsiasi riconoscimento. I partiti infatti non vogliono riconoscimenti da parte dello Stato poiché se dovessero essere riconosciuti o approvati dallo Stato sarebbero meno liberi…potrebbero subire pressioni o veti da parte delle autorità statali. Soprattutto i partiti più antagonisti e più critici col sistema.
Sono gli stessi associati ai partiti, cioè i tesserati, che si danno le proprie regole. Di solito un partito nasce con un Atto Costitutivo, dove i promotori dichiarano la nascita del nuovo partito. Inoltre i promotori si dotano di uno Statuto con tutte le regole che prevedono gli scopi del partito, gli obiettivi, come si fa ad aderire, quali regole ci sono per la vita interna del partito, per esempio ogni quanto ci sarà un congresso, come si fa ad eleggere il Segretario, come è articolato sul territorio il partito, magari ci saranno circoli in ogni paese o nelle città più importanti…ciò dipenderà da quanto il partito è radicato sul territorio etc…
L’art. 49 presuppone che i partiti abbiano una struttura democratica al loro interno. Ciò implica che anche dentro un partito ci possa essere una maggioranza ed una minoranza…o delle correnti più o meno organizzate o dei gruppi di opinione. Per esempio dentro al  Partito Democratico c’è un’area ecologista….un gruppo cioè che sottolinea in particolare il tema della salvaguardia dell’ambiente…
Spesse volte però i partiti che dovrebbero applicare la Democrazia in tutto il Paese, non hanno loro stessi  una struttura democratica. Ad esempio il partito può essere monopolizzato dal Leader di turno che soprattutto se è una figura carismatica o se è molto potente economicamente può imporre la sua volontà ed evitar riunioni o discussioni. A volte si forma un ristretto gruppo dirigente che impone le sue vedute…questa necessità di democratizzare la vita interna dei partiti è oggetto di studio da parte di alcuni politologi. Per esempio ci sono studiosi che hanno proposto di introdurre le elezioni primarie per scegliere i candidati che poi parteciperanno alle elezioni amministrative o politiche. Finora solo il Partito Democratico ha iniziato ad usare le Primarie per la scelta del leader e dei candidati…in tutti gli altri partiti le scelte vengono fatte da una ristretta cerchia dei persone (la Direzione) o addirittura dal Leader che è a capo del partito.
Di solito i partiti si finanziano con il tesseramento. Cioè chi aderisce paga una certa quota per avere la tessera che darà poi diritto a partecipare alle riunioni di partito e a votare e ad essere eletto negli organismi dirigenti (Comitati di Circolo, Comitati Comunali, Provinciali, Regionali e Direzione Nazionale). A volte i partiti organizzano feste per raccogliere fondi e contributi…a volte ricevono sponsorizzazioni da privati, soprattutto aziende che condividono le scelte del partito che finanziano.
Nel corso degli anni i partiti al governo sono ricorsi a finanziamenti illeciti. Cioè ad esempio un Sindaco o un amministratore locale o un Ministro per attribuire appalti a ditte per eseguire lavori pubblici pretendeva una tangente cioè una somma di denaro indebita che andava a finanziare in modo occulto il suo partito…vi sono state molte inchieste della magistratura contro uomini politici corrotti…fino a giungere al fenomeno di Tangentopoli che ha costituito un vertice di disonestà.
Per evitare che i partiti ricorressero a tali metodi illegali venne emanata una legge di finanziamento pubblico dei partiti. Cioè il Parlamento ritenne che i partiti svolgono – tutti – un ruolo di informazione dei cittadini, un servizio tale da orientare il voto degli elettori. Quindi ha ritenuto giusto dare contributi a fronte di questo servizio. Anche dopo la legge però il sistema dei finanziamenti occulti è continuato ed un referendum ha abrogato la legge con un voto a larga maggioranza popolare dovuto alla indignazione dei cittadini nei confronti della corruzione dei politici. E’ nata così la questione morale, cioè la necessità di fare pulizia una volta per tutte ed evitare che politici corrotti siano ricandidati dai partiti. Il problema è ancora all’ordine del giorno e non è risolto a tutt’oggi. 


Ravenna Liceo Classico Dante Alighieri
Prof. Daniele Morelli 

mercoledì 23 novembre 2011

Ius sanguinis e Ius soli... approfondimento


A proposito di: Ius sanguinis e Ius soli


"Folle che i bimbi nati in Italia non siano italiani"

La Lega: "Barricate"

Matteo Salvini: "Il capo dello Stato ormai sta esagerando con le sue forzature". L'ex ministro dell'Interno Roberto Maroni: "Stravolgimento dei principi contenuti nella Carta". Poi precisa: "Nessuna critica all'operato del presidente della Repubblica"

Bambini stranieri a scuola. Per Napolitano è folle che i nati in Italia non siano italiani (Newpress)
Bambini stranieri a scuola. Per Napolitano è folle che i nati in Italia non siano italiani (Newpress)
Roma, 22 novembre 2011 -  "Non credo che in pochi giorni il mare in tempesta sia diventato una tavola. E’ un po’ incrinato, un po’ mosso, ma credo ci siano maggiori possibilità di dialogo e confronto fra gli schieramenti", ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al Quirinale. Secondo Napolitano, "ora si apre un campo di iniziativa maggiore che in passato”, anche perché “ora c’è una distinzione più netta tra il governo e il Parlamento: il governo ha dei campi a sé riservati in cui il Parlamento si propone di non intervenire e viceversa".
“Forse ora è possibile affrontare temi” come quelli di una legge quadro sui rapporti fra le minoranze religiosee lo Stato e il diritto di cittadinanza di chi vive in Italia ed è nato da immigrati.
INTEGRAZIONE -  La nomina di Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’Egidio, a ministro della Cooperazione internazionale e dell’integrazione sociale segnala "la possibilità di riprendere le politiche di integrazione che hanno uno sviluppo ormai lontano", ha detto Giorgio Napolitano citando il precedente della sua riforma (la Turco-Napolitano risalente al ‘98).
"E’ una assurdità e una follia che dei bambini nati in Italia non diventino italiani. Non viene riconosciuto loro un diritto fondamentale", continua Napolitano riferendosi alla possibilità che il Parlamento torni ad esaminare la questione della cittadinanza italiana per i figli nati in Italia degli immigrati.

Napolitano ha auspicato che tale iniziativa dovrebbe rientrare nella consapevolezza della necessità di "acquisire anche nuove energie in una società per molti versi invecchiata se non sclerotizzata". Il capo dello Stato ha inoltre ricordato il significato della nomina di Andrea Riccardi a ministro, secondo una denominazione ufficiale che richiama la cooperazione internazionale ma anche "’integrazione nella società e nello Stato italiano".
LEGA FURIOSA - "La Lega è pronta a fare le barricate in Parlamento e nelle piazze". Così Roberto Calderoli replica alla proposta di cittadinanza per i figli degli immigrati nati in Italia. Ma è tutta la Lega nord compatta contro il richiamo del presidente della Repubblica. Un diritto oggi negato, che lo stesso Napolitano oggi ha definito una "autentica follia, un’assurdità". Il più esplicito contro il Presidente è Matteo Salvini: "Il capo dello Stato ormai sta esagerando con le sue forzature - ha detto - Evidentemente lui e Monti hanno priorità diverse rispetto al Paese. Non mi sembra una priorità per i lavoratori del nord né dare i soldi a Roma capitale, né la cittadinanza ai figli". Napolitano e Monti "vivono su un altro pianeta, non conoscono i problemi degli italiani", ha aggiunto Salvini, anche perché "c’è già la possibilità per chi vive in italia e raggiunge la maggiore età chiedere la cittadinanza".
Duro con Napolitano anche l’europarlamentare Mario Borghezio: "Penso malissimo delle parole del capo dello Stato sulla cittadinanza. Il presidente della Repubblica non deve permettersi di imporre, contro la nostra tradizione giuridica millenaria, lo ‘ius soli’ sul ‘ius sanguinis’, stravolgendo così il nostro diritto. La tolleranza e la disponibilità all’integrazione - ha aggiunto - sono una cosa, ma lo stravolgimento delle nostre tradizioni giuridiche è del tutto inaccettabile e viola uno dei capisaldi giuridici della nostra identità". 
In serata interviene anche l'ex ministro dell'Interno Roberto Maroni: "L’idea di dare la cittadinanza a chiunque nasca in Italia è uno stravolgimento dei principi contenuti nella costituzione", dice in un’intervista a Radio Padania Libera. Successivamente precisa: "Nessuna critica all’operato del presidente della Repubblica da parte mia, poi non concordo su queste proposte sulla cittadinanza basata sul principio dello ius soli, ma questo è un altro discorso".
IL LIBRO SULL'ITALIA - Uscirà domani nelle librerie il volume “Una e indivisibile” nel quale il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha raccolto le riflessioni maturate sui 150 anni di storia unitaria “della nostra Italia”. Pubblicato da Rizzoli, il libro (disponibile anche in e-Book) sara’ presentato il primo dicembre alle 11.30 nell’aula magna dell’Universita’ ‘La Sapienza’ di Roma e ne discuteranno, su invito del rettore Luigi Frati, Giuliano Amato, Giuseppe Galasso, Paolo Mieli, il ministro della Cooperazione e integrazione Andrea Riccardi, Giovanni Sabbatucci.


Fonte: Quotidiano.net

lunedì 21 novembre 2011

le Famose... di Luigi Einaudi

LE FRASI PIU' CELEBRI DEL PRIMO VERO ECONOMISTA ITALIANO, CHE ORA SERVIREBBE A QUESTA "CARA" ITALIA... LUIGI EINAUDI.

-La libertà esiste sinchè esiste la possibilità della discussione. 


- La società ideale non è una società di gente uguale l'una all'altra, è composta di uomini diversi, i quali trovano nella diversità medesima i propri limiti. 


- Conoscere per deliberare.


- L'idea nasce dal contrasto. Se nessuno vi dice che avete torto, voi non sapete più di possedere la verità.


- Chi cerca rimedi economici a problemi economici è sulla falsa strada; la quale non può che condurre se non al precipizio. Il problema economico è l'aspetto e la conseguenza di un più ampio problema spirituale e morale. 


- Ricordare quel che è vivo in noi del passato giova a conoscere il presente ed a preparare il futuro.


- Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. E' la vocazione naturale che li spinge, non soltanto la sete di denaro. Il gusto, l'orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. 


- La lotta contro la distruzione del suolo italiano sarà dura e lunga, fosse secolare. Ma è il massimo compito di oggi se si vuole salvare il suolo in cui vivono gli italiani. 


- ...la costituzione che l'Italia si è ora data, afferma 2 principi solenni: conservare della struttura sociale presente tutto ciò e soltanto ciò che è garanzia della libertà della persona umana contro l'onnipotenza dello stato e la prepotenza privata; e garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore uguaglianza possibile nei punti di partenza. 

Cittadinanza Attiva e art. 118 co, 4 Costituzione

 
pubblicata da Daniele Morelli il giorno venerdì 1 luglio 2011 alle ore 9.07
 
 

LA RIVOLUZIONARIA NOVITÀ DELL’ART. 118, 4° CO DELLA
COSTITUZIONE

Recita la norma:, art. 118 Cost. 4° co. : “Stato, Regioni,
città metropolitane, province e comuni favoriscono l’autonoma iniziativa
dei cittadini, singoli o associati, per lo svolgimento di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

La rivoluzionaria novità introdotta (consapevolmente?)  dal centrosinistra con la unilaterale
modifica del Titolo V° della Costituzione nel 2001, consiste in questo
riconoscimento costituzionale del protagonismo
dei cittadini, sia in forma associata sia in forma singola.




Prima che venisse introdotta questa norma – che io sappia –
nel campo del diritto amministrativo era stata elaborata la figura giuridica  del “funzionario di fatto”, legata però ad
emergenze assolutamente eccezionali, quali, guerre, rivolte, calamità naturali.
Si pensi alle Giunte Popolari dopo il 25 aprile1945.

La nuova figura giuridica viceversa presuppone una normalità
di vita e riconosce valore giuridico al protagonismo dei cittadini che
spontaneamente si fanno gestori di “settori di attività amministrativa”.

Il requisito UNICO è che
la loro opera possa essere qualificata come “attività di interesse
generale” .

L’art. 118 co. 4 della Cost. mi pare a questo punto
riecheggi l’art. 43 della Cost. Uno dei vari articoli rimasto pressoché “lettera
morta”.

Mentre l’art. 41, con il pieno riconoscimento della libertà
di iniziativa economica  privata è il
prototipo  del liberismo, l’art. 43 può
ritenersi il prototipo di una economia alternativa che consente addirittura
l’esproprio di attività produttive ai privati per riservare la gestione a
“comunità di lavoratori o di utenti” qualora ci si trovi di fronte a servizi
pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio…. come a
dire che la Costituzione ammetterebbe le possibilità di espropriare le TV di
Berlusconi, dandole in gestione agli utenti – ascoltatori, ovvero il servizio
idrico ad Hera per consegnarne la gestione a comunità di utenti, ovvero il
settore petrolifero alle Sette Sorelle per consegnarlo agli automobilisti  - consumatori - utenti…  eccetera…
Robe dell’altro mondo!

Accontentiamoci per ora di verificare l’attuabilità del più
modesto art. 118 co. 4.
Termino pertanto con una domanda:


Se un gruppo di cittadini volonterosi inizia un monitoraggio
delle matrici alimentari nel territorio circostante alla costruenda centrale a
biomasse di Russi, sta esercitando “un’attività di interesse generale?”

E ,se si, ..… in cosa dovrà consistere quell’obbligo
giuridico costituzionalizzato di FAVORIRNE L’OPERATO che incombe a Provincia,
Comune, Istituzioni in genere?

Faenza, 1 luglio 2011     

 Daniele Morelli
Allorchè, gruppi di
cittadini o  singoli gestiscano o
svolgano,  de facto, interesse generale , i “pubblici poteri” favorirne l’attività.

mercoledì 16 novembre 2011

Benvenuti...

Benvenuti nel nuovo Blog di Diritto ed Economia...

NOVITA': totalmente gestito da professori di Diritto ed Economia e dagli alunni del Liceo Classico Dante Alighieri Di Ravenna!